LIBRO E MOSTRA Gli occhi della guerra
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Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
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REPORTAGE La lunga strada dopo l'11/9
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| Bala Baluk (Base Tobruk). “Capitano: un razzo, un razzo…” urla il caporal maggiore capo Carlo Aringhieri in mezzo al caos della battaglia. Reportage dall'Afghanistan sui paracadutisti italiani in prima linea nella provincia di Farah. |
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| Gaza, Ong e informazione |
14 febbraio 2009
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ciao Fausto, ci siamo incontrati a gaza per una chiaccherata sulla situazione. Ho letto il tuo resoconto sul Blog, non avevo dubbi sul reportage, hai fatto bene a denuciare le stronzate che fa Hamas, lo facciamo anche noi ONG sai, quando siamo dentro, a lavorare con la popolazione civile, non quando siamo fuori, scrivendo solo su un giornale. Inoltre non ci limitiamo a criticare il male operato di certe forze, cerchiamo anche di sostenere fortemente i piu' deboli. Nel tuo blog sulle ong, invece di sintetizzarci cosi schierate e garibaldine con ciondoli e pipe, avresti potuto essere piu' preciso ed esaustivo visto che ti abbiamo parlato apertamente di quelle che sono le nostre difficili missioni in questi luoghi. Ti abbiamo invitato ad andare a parlare anche con gli israeliani, non con la destra forcaiola che vuole tutti gli arabi morti, ma con quella parte sana che anch'essa si schiera con i palestinesi davanti a tali massacri e come tanti palestinesi vuole una giusta pace. Su voi giornalisti pero', cosi corretti e non "schierati" non si puo' fare affidamento, e l'unica cosa che sapete fare, e' godere nel vedere un conflitto sempre aperto, che non deve mai finire. Sempre quel dito nella piaga che deve sanguinare affinche' come avvoltoi possiate succhiare il sangue di tutti. Ho molti amici giornalisti, a decine li ho portati a gaza e non solo, per documentare con i propri occhi le ingiustizie. Tutte anche quelle di hamas o di fatah, i piu' intelligenti hanno saputo scrivere e raccontare di tutto e di tutti, senza necessariamente trattarci come idioti con i paraocchi, visto che noi, a differenza di voi siamo li in mezzo, rischiando di persona, per implementare progetti che poi faranno belli solo i governi, donors che finanziano. Se tu fossi un buon operatore dell'informazione "non schierato" avresti sottolineato molte delle cose che ti abbiamo detto. Non sempre serve essere neutrali, basta avere il coraggio delle proprie azioni, senza falsita' e incoerenza. Alla prossima, purtroppo saremo ancora a Gaza a riparare i danni inutili di chi commenta questo conflitto come se fosse una partita di calcio. Noi comunque la giochiamo. Ciao Meri
meri calvelli
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24 febbraio 2009 04:40:11 - Francesco Barontini scrive:
Un estratto di un articolo di Andrè Glucksmann comparso sul Corriere della Sera ad inizio gennaio... l'argomento è quello della sproporzione... della proporzionalità nella reazione... purtroppo come sempre nelle guerre ne vanno di mezzo gli innocenti, ma nelle nostre valutazioni, occorre essere realisti e valutare senza i paraocchi delle ideologie... invocare il principio di proporzionalità in un conflitto aperto mi pare francamente una pia illusione ed è per questo che la guerra dovrebbe esser sempre l'ultima risorsa, l'ultima scelta possibile, credo che entrambe le parti abbiano negl'anni superato ogni limite di sopportazione dei soprusi ed attacchi altrui...e questi sono i risultati... tuttavia "la condanna incondizionata e a priori della reazione esagerata degli israeliani regola ancora oggi il flusso delle riflessioni. Consultate il primo dizionario sotto mano: è sproporzionato ciò che non è in armoniosa proporzione rispetto alle altre parti, oppure non corrisponde, di solito per eccesso, al giusto o al dovuto, pertanto risulta eccessivo, esagerato, spropositato. È il secondo significato che viene accolto per fustigare le rappresaglie israeliane, giudicate eccessive, incongruenti, sconvenienti, che oltrepassano ogni limite e ogni regola. Sottinteso: esiste uno stato normale del conflitto tra Israele e Hamas, oggi scombussolato dall'aggressività dell'esercito israeliano, come se il conflitto non fosse, come tutti i conflitti, sproporzionato sin dall'origine. Quale sarebbe la giusta proporzione da rispettare per far sì che Israele si meriti il favore dell'opinione pubblica? L'esercito israeliano dovrebbe forse rinunciare alla sua supremazia tecnologica e limitarsi a impugnare le medesime armi di Hamas, vale a dire la guerra approssimativa dei razzi Grad, la guerra dei sassi, oppure a scelta la strategia degli attentatori suicidi, delle bombe umane che prendono di mira volutamente la popolazione civile? O, meglio ancora, non sarebbe preferibile che Israele pazientasse saggiamente finché Hamas, per grazia di Iran e Siria, non sarà in grado di «riequilibrare » la sua potenza di fuoco?
A meno che non occorra portare allo stesso livello non solo i mezzi militari, ma anche gli scopi perseguiti. Poiché Hamas — contrariamente all'Autorità palestinese — si ostina a non riconoscere allo Stato ebraico il diritto di esistere e sogna l'annientamento dei suoi cittadini, non sarebbe il caso che Israele imitasse questo spirito radicale e procedesse a una gigantesca pulizia etnica? Si vuole veramente che Israele rispecchi, in misura proporzionale, le ambizioni sterminatrici di Hamas?
Non appena si va scavare nei sottintesi del rimprovero ipocrita di «reazione sproporzionata », ecco che si scopre fino a che punto Pascal aveva ragione, e «chi vuol fare l'angelo, fa la bestia». Ogni conflitto, che covi sotto la cenere o in piena eruzione, è per sua natura «sproporzionato ». Se i contendenti si mettessero d'accordo sull'impiego dei loro mezzi e sugli scopi rivendicati, non sarebbero più avversari. Chi dice conflitto, dice disaccordo, di qui lo sforzo da una parte e dall'altra di giocare le proprie carte e di sfruttare le debolezze del rivale. L'esercito israeliano non ci pensa due volte ad «approfittare » della sua superiorità tecnologica per centrare i suoi obiettivi. E Hamas non fa da meno, ricorrendo alla popolazione di Gaza come scudo umano senza lasciarsi nemmeno sfiorare dagli scrupoli morali e dagli imperativi diplomatici del suo antagonista. Non si può lavorare per la pace in Medio Oriente se non ci si sottrae alle tentazioni di chi ragiona in base a pregiudizi o ad opinioni preconcette, che assillano non solo i fanatici oltranzisti, ma anche le anime pie che fantasticano di una sacrosanta «proporzione», capace di riequilibrare provvidenzialmente i conflitti. In Medio Oriente, non si combatte soltanto per far rispettare le regole del gioco, ma per stabilirle."
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21 febbraio 2009 10:04:16 - Gennaro Grimolizzi scrive:
Anche l'amministrazione Obama ritiene prioritario affrontare la "questione Iran". Di seguito una mia recente intervista a Daniel Pipes, poco prima dell'insediamento del nuovo presidente americano.
Pipes: «Il dialogo con l’Iran sarà infruttuoso»
I suoi estimatori lo considerano uno dei massimi esperti di Medio Oriente. I suoi detrattori lo reputano invece il teorico dell’«Islamofobia», addirittura un livoroso propagandista anti-Islam. Di sicuro Daniele Pipes è uno degli esponenti più importanti del neoconservatorismo, ideologia che ha influito direttamente sulle scelte politiche di George W. Bush.
Nato nel 1949 a Boston, Pipes è giornalista e professore universitario, con specializzazione in politica internazionale e antiterrorismo. Il padre, Richard, esperto dei rapporti Usa-Urss, fu un sostenitore della corsa agli armamenti durante il governo Ford. Pipes inizia la sua carriera accademica all’Università di Harvard, occupandosi prima di Storia islamica medievale e in seguito di Islam moderno. Durante i primi anni Ottanta ha insegnato nelle Università di Chicago, di Harvard e al Naval War College. Pipes ha diretto innumerevoli istituti strategici e think tank di area neocon. Nel 2003 il presidente Bush lo ha nominato membro dell’United States Institute of Peace, un’organizzazione sostenuta con fondi federali al fine di studiare soluzioni “pacifiche” ai conflitti. Incarico abbandonato due anni dopo. Lo studioso statunitense è intervenuto al «Festival della Modernità», organizzato da Spirali e dedicato alla democrazia.
Professor Pipes, l’elezione di Barack Obama ha segnato il tramonto definitivo del neoconservatorismo statunitense e della «dottrina Bush»?
«Non è ancora molto chiaro come sarà la politica di Barack Obama. Ha cominciato con delle posizione di far left, di estrema sinistra. Quando si parla di Iraq, si deve ricordare la sua ferma opposizione alla guerra. Adesso è passato a posizioni di centrosinistra, già emerse nel corso della lunga campagna elettorale. È ancora un po’ presto per fare previsioni anche circa la fine del neoconservatorismo americano. Penso che alcune idee dell’amministrazione Bush di stampo neocon possano continuare a caratterizzare il nuovo corso politico».
Come cambieranno i rapporti tra Stati Uniti ed Europa?
«Anche in questo caso fare previsioni non è semplice. Quello che sappiamo oggi è che l’elettorato dei Paesi europei nutre grandi aspettative e ha grandi speranze verso Obama, considerato il futuro protagonista di notevoli cambiamenti della politica estera americana. Attenzione, però, le grandi aspettative possono portare anche grandi delusioni».
Il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha sempre definito George W. Bush il suo “miglior amico” e alleato. Cosa prevede nelle relazioni tra Italia e Stati Uniti con l’arrivo di Obama alla casa Bianca?
«L’elemento curioso e nuovo è che gli Stati Uniti hanno adesso un governo molto più a sinistra rispetto al passato e molto più di sinistra dei suoi alleati. Questo è un dato estremamente nuovo. Ci sarà un riposizionamento degli Stati Uniti verso gli alleati. Ci sarà un ripensamento delle alleanze. Per quanto riguarda i commenti personali di Berlusconi, l’amicizia con Bush o le sue esternazioni sul colore della pelle di Obama, non credo che avranno un peso significativo sull’alleanza Italia-Usa. Ricordo che anche il vicepresidente Joe Biden ha fatto delle dichiarazioni su Obama, che non sono state commentate dal neoeletto presidente. Figuriamoci se vengono prese in considerazione le esternazioni di Berlusconi».
Il nuovo corso che si aprirà negli Stati Uniti determinerà una maggiore considerazione ed un maggior coinvolgimento delle Nazioni Unite?
«Sì, credo che ci sarà un maggior rispetto per le Nazioni Unite ed una maggiore partecipazione negli affari internazionali che riguardano il Palazzo di Vetro. L’amministrazione Bush e più in generale la destra americana sono sempre state attente a preservare la sovranità degli Stati Uniti, mentre i liberal sono più aperti ad una diminuzione della sovranità nei consessi internazionali. Di conseguenza è molto probabile che le Nazioni Unite vedano aumentata la considerazione del loro ruolo e della loro influenza. Faccio, a questo proposito, l’esempio della legislazione a difesa dell’infanzia e delle donne. Oggi negli Stati americani sono in vigore leggi diverse. A breve passerà un provvedimento che uniformerà la legislazione americana sulla base di quanto indicato dalle Nazioni Unite, proprio come avviene da tempo in Europa con l’Unione europea».
Il conflitto russo-georgiano della scorsa estate ha fatto emergere un coinvolgimento degli Stati Uniti nelle vicende del Caucaso. La Russia sente minacciati i propri interessi alle porte di casa. Ciò determinerà un rafforzamento dell’asse Russia-Cina?
«Penso che la guerra della scorsa estate in Georgia e la situazione in Iran porteranno ad un avvicinamento tra Russia e Cina in una specie di alleanza antioccidentale».
Quale dovrebbe essere il primo impegno in agenda del nuovo Segretario di Stato in Medio Oriente?
«La problematica fondamentale è legata all’Iran. La priorità è l’Iran. Tutto il resto può e deve essere posticipato, visto che occorre prima di tutto trovare una soluzione alla questione della corsa al nucleare di Teheran. Tutti gli altri problemi sono, a mio avviso secondari. Il pericolo più grande è la possibilità che l’Iran si doti della bomba atomica molto presto».
Gli Stati Uniti quindi cercheranno il dialogo con Ahjmadinejad?
«Ci saranno ovviamente sforzi per trovare nuovi accordi diplomatici con Teheran. Gli Stati Uniti cercheranno la collaborazione dell’Europa e degli Stati più critici verso l’Iran. Ma io sono pessimista. Sono quasi convinto che gli sforzi diplomatici porteranno ad una sconfitta. La nuova amministrazione americana non avrà molte alternative; si proverà a dialogare senza risultati e ci saranno due opzioni: l’intervento militare statunitense o la creazione della bomba atomica da parte dell’Iran. Mancano cinquanta giorni alla fine dell’amministrazione Bush e non posso immaginare che gli Usa o Israele non facciano nulla per risolvere la questione».
Secondo lei, la presidenza Obama potrà contribuire alla creazione di due Stati, uno israeliano ed uno palestinese?
«Anche in questo caso ci saranno sforzi diplomatici significativi, ma temo in un nulla di fatto, come per l’Iran. Il primo motivo riguarda l’interlocutore principale, Mahmud Abbas (Abu Mazen, ndr), che è una persona molto debole. A questo si aggiunge la contrarietà dell’opinione pubblica palestinese alla creazione di due Stati per risolvere i problemi in quell’area del Medio Oriente».
In Europa non sono pochi a sognare la realizzazione e l’affermarsi di una politica euro-mediterranea. Quanto potrà essere utile agli Stati Uniti?
«Ci sono ancora situazioni irrisolte che riguardano l’Africa del Nord e il Medio Oriente. Fino a quando non si troveranno soluzioni per tali situazioni sarà prematuro parlare di politica euro-mediterranea, di una sua utilità e di un coinvolgimento degli Stati Uniti».
ll terrorismo islamico è tornato a colpire con le stragi di Mumbai. Gli Stati Uniti rischiano di nuovo?
«Gli attacchi in India hanno dimostrato la brutalità del terrorismo contro gli occidentali. In India si sono verificati già altri gravi attentati. Si è avuta un’inversione di tendenza. L’obiettivo ha riguardato gli occidentali per provocare un interesse mediatico planetario. Non so dove sarà sferrato il prossimo attacco, penso, tuttavia, che gli occidentali saranno ancora il bersaglio. Gli Stati Uniti rischiano di essere colpiti quanto gli altri Paesi occidentali. Gli Stati Uniti rischiano di essere colpiti in casa e fuori. In quest’ultimo caso è più facile».
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20 febbraio 2009 11:54:06 - angelo mulieri scrive:
Gent.ma Sig.ra Martini, nn era mia intenzione "farle ribollire il sangue" e neppure dubitare di quanto Lei scrive, anzi, la ringrazio di avermi risposto.
Io nn sono ne un giornalista ne un professore e neppure un esperto di questioni medio-orientali, sono semplicemente una persona che cerca di capire meglio quello che succede intorno a se.
Nn accontentandomi dei 2 minuti di cronachetta dei vari tg cerco altre voci nel web ed appunto leggendo i più disparati commenti mi formo una mia idea.
Quando Lei scrive che i cittadini di Gaza vivono circondati da muri alti 8 metri so che è vero, ricordo le polemiche che ha suscitato la costruzione di quel muro ed immagino nn sia bello viverci "dietro" ma dobbiamo anche ricordare che dopo l'ultimazione di quel muro gli attentati in Israele, che erano all'ordine del giorno, sono calati del 95%.
Lei inoltre mi dice che i soldati israeliani sparano su contadini e pescatori e questa immagine mi ha ricordato il film "Schindler list", quando il comandante del campo di sterminio la mattina, prima di andare in bagno, si divertiva a fare il tiro al bersaglio sui prigionieri.
Ora, nn mettendo in dubbio quello che Lei scrive mi permetto di riportare anche quello che altri giornalisti hanno scritto circa l'embargo sulle armi, su tunnel sotterranei e pescherecci che le scaricano di notte ed immagino che i soldati nn facciano altro che "scoraggiare" la gente ad avvicinarsi a certe zone.
E' orribile ?? Certo !!
Questo orrore si chiama GUERRA e in guerra, sempre di più, sono i civili a rimetterci.
A questo punto mi domando CHI vuole questo stato di conflitto permanente e nn riesco a pensare ad altri che i vertici di hamas, quindi anche se i proiettili o le bombe sono israeliani la responsabilità è di hamas.
Quando gli alleati bombardavo Berlino, Amburgo, Dresda, mica morivano solo i nazisti, mica ammazzavano hitler, ma chi oggi, nella stessa germania, nn "benedice" quelle bombe ?
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19 febbraio 2009 22:46:40 - RENZA MARTINI scrive:
Caro sig. Mulieri, prima che lei si permetta di nuovo di scrivere cose tipo quelle che ha scritto,bisogna che si documenti meglio : per quanto riguarda " essere sul campo , per conoscere le cose" ......bene, le auguro di non trovarsi mai su un "campo " tipo quello in cui ci siamo trovati noi ( forse non ha letto la mia precedente mail ), a Gaza, dove semplici contadini cercavano di raccogliere il prezzemolo, e venivano trasformati in tiro al bersaglio dai soldati israeliani, costringendoli ad arretrare e a perdere il raccolto. E questo succede da sempre,anche quando la tv non ne parla. E insieme a loro c'eravamo anche noi, costretti a gettarci a terra nei fossi, sentendo fischiare le pallottole accanto.O sui pescatori a poca distanza dalla riva , per impedire loro di pescare.
Forse lei non ha ancora capito che gli abitanti della striscia sono CHIUSI IN UNA GABBIA, CIRCONDATI DA MURI ALTI 8 METRI O RETI, GUARDATI A VISTA DA TORRETTE COI MILITARI ISRAELIANI CHE, ANCHE NELLA TREGUA SPARANO SUI CIVILI CHE LAVORANO. Perche' non va a verificare di persona , sempre che riesca ad entrare,visto che ora, come succede spesso , gli israeliani non permettono piu' ne' di entrare ne' di uscire. Perche' non va a chiedere ai palestinesi nella Striscia com'è il mondo fuori da quel muro ,o come stanno i loro parenti rimasti oltre il muro che hanno eretto gli israeliani.... parenti o amici che non riescono piu' a vedersi, perchè sono TOPI IN GABBIA ? O NON CI CREDE ?
E lei sign.Mulieri pensa dunque che tirare due razzi fatti a mano, col diserbante dentro, perche' i palestinesi non hanno niente a disposizione in quanto non glielo fanno passare ,sia guerra paritaria ? E' il minimo che possono fare dei TOPI IN GABBIA CHE SONO STANCHI DI ESSERLO !!!
Le conclusioni le tiri solo se ha capito bene cosa sta succedendo nella Striscia di Gaza, e poi si "permetta " di parlare. Spero di averle chiarito qualche idea , e mi creda,
la verita' piano piano sara' conosciuta da tutti, anche da quelli che parlano come lei... peccato che allora, altri innocenti avranno pagato.
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16 febbraio 2009 14:53:10 - angelo mulieri scrive:
Buongiorno a tutti. Mi permetto di segnalare solo un paio di cose che nn mi piacciono sulla situazione attuale di Gaza.
1- nn mi piace pensare che "solo" chi è sul campo possa avere idea di cosa succede. Se cosi fosse nn potremmo mai discutere di nulla !!
2- ci sono fatti oggettivi che nn si possono nn ricordare ogni volta, tipo che Israele si è ritirato da Gaza quindi che bisogno c'è ora di tirare missili ?
e sparando missili da una città densamente popolata e conoscendo la reazione dell'assalito che ha tutto il diritto di difendersi, come si fa a nn pensare ai morti civili che ci saranno?
la colpa di chi è, di chi attacca o di chi si difende ?
3- finiamola anche con la storia che i razzi di hamas fanno poche vittime tra i civili israeliani, nn è che sbagliano apposta, è che, per fortuna, nn riescono a colpire punti importanti.
Ma se fosse per i terroristi di hamas, quelli su israele ci butterebbero le atomiche !!!
Io sono convinto che i primi a nn volere la pace siano proprio i capi di hamas, che in questa situazione possono continuare ad avere un potere immenso a spese del proprio popolo, come fanno sempre i dittatori.
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16 febbraio 2009 09:31:42 - Vittorio G. scrive:
Caro Fausto,
ho letto il tuo reportage da Gaza su Panorama che parla di una realtà che in molti vorrebbero tenere nascosta per paura di "lesa maestà alla causa palestinese", salvo poi scoprire che il popolo della Palestina non è Hamas, ma, molto spesso, ne è vittima.
Onestamente parlando, non condivido Hamas e quanti vogliono costruire una società islamica... Allo stesso modo, non tollero neppure Israele e il processo che ha portato alla sua nascita, ma credo che abbia il diritto alla sua esistenza e sicurezza interna.
Comunque veramente complimenti. Provvederemo a diffondere il tuo reportage, un servizio alla corretta informazione, ma soprattutto alla verità che spesso ne esce sconfitta a causa dei "pennivendoli" di parte che, purtroppo, fanno ancora opinione. Grazie.
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15 febbraio 2009 18:50:18 - RENZA MARTINI scrive:
Caro Fausto, io non la conosco, ne' lei conosce me. Ma le posso dire che , in commento a quanto letto, come dice Meri Calvelli, per conoscere la VERA VERITA' bisogna starci dentro, e viverla anche solo per un po'. E li', a GAZA, E IN TUTTA LA TRISCIA, la vera verita' e' una sola:HAMAS o non HAMAS , C'è un'intera popolazione , in maggioranza bambini, tutti colpevoli solo di essere nati sotto quel cielo insanguinato da sempre. Lo sappiamo tutti che la guerra è guerra, e che da qualunque parte la si veda , le vittime , da qualunque parte stiano, meritano pieta'. Ma io so anche che vorrei essere libera di passeggiare su di una spiaggia, senza il pericolo di essere colpita da un proiettile, che arriva dal mare , perche' degli uomini , che non sono "uomini", ma solo "bestie", sparano su poveri pescatori, impegnati solo a procurarsi di che vivere. Oppure libera di guardare i contadini che raccolgono il prezzemolo, senza dovermi buttare a terra per non MORIRE...MENTRE I PROIETTILI DI ALTRE "BESTIE" fischiano sulle mie orecchie !!! Questa NON E' GUERRA !! Questa è solo CRIMINALITA'. E ora gentile sig. Fausto mi chieda perche' so quanto sopra : non perchè l'ho letto su un giornale, perchè di questo non c'è pericolo.
Ero li', accanto a MERI, e accanto agli altri ragazzi, partiti il 28 gennaio. Ero li',senza nessun spirito politico,senza nemmeno conoscere il paese che ho accettato di raggiungere, e per che cosa ? Semplicemente per dare il mio , benche' misero, aiuto, la mia disponibilita', a gente che sta implorando attenzione dal mondo intero.
E sono " solo" un'infermiera...e italiana.
Peccato che, mi è stato detto, ero l'unica.
Grazie, Italia.
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14 febbraio 2009 13:40:55 - Luigi Guelpa scrive:
Ciao caro Fausto,
e io che da giornalista sportivo vivo di calcio ho realizzato sul numero dello scorso 31 gennaio di Sportweek, il magazine della Gazzetta dello Sport, un servizio su come ha reagito il calcio arabo all'invasione israeliana a Gaza.
Questo il testo integrale.
"Il drappo giallo di Al Fatah è diventato il sudario che ha avvolto il corpo di Ayman Alkurd, calciatore della nazionale palestinese ucciso in uno degli ultimi raid nella striscia di Gaza. E' l'immagine emblematica dello sport che non è stato risparmiato dallo strazio dell'ennesima guerra che sta flagellando il medioriente. Ayman non guadagnava i soldi che lo sceicco Bin Zayed ha promesso a Kakà per costruire il suo Manchester stellare, ma considerava il calcio pura passione. Semmai un appiglio a cui aggrapparsi per eclissare giorni scanditi dai colpi di artiglieria dell’esercito israeliano. Nel girone dantesco di Gaza City c'è però chi trova il tempo per strumentalizzare persino i morti. Per la popolazione civile Ayman è l'ennesima vittima innocente, per Al Fatah, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, un martire di Allah. Questione di punti di vista, steccati e ideologie, quelle che ad esempio ha compreso Louay Hosni, portiere iracheno che aveva scelto la Palestina per fuggire dalla faida tra sciiti e sunniti. Da un inferno all'altro, con moglie e due figli che a Baghdad aspettano sue notizie. "Non credevo potesse accadere tutto questo così rapidamente. Vorrei tornare a casa. Ma come?", si domanda dalla stanza di uno dei tanti alberghi crivellati dai proiettili dell'artiglieria.
Storie di calcio in trincea. Di sport sotto assedio. Ayman è stato il terzo atleta della nazionale a perdere la vita in pochi giorni. Ma all’altro capo del mondo c’è chi vorrebbe porre rimedio in modo bizzarro a questo perverso gioco a eliminazione. E’ il Deportivo Palestino, club cileno di Serie A, fondato nel 1920 da esuli palestinesi. I giocatori sono tutti rigorosamente figli e nipoti di immigrati. “Hanno la doppia cittadinanza – conferma con una punta d’orgoglio il presidente Salvador Said Somavía – se c’è bisogno sono disponibili a giocare per la Palestina”. Intanto il club di Santiago ha minacciato di boicottare le partite di campionato se Israele riprenderà a martellare Gaza.
Consensi ai quattro angoli del pianeta, soprattutto dallo sport arabo. Ai gesti simbolici del franco-maliano Kanoute, bomber musulmano del Siviglia che dopo ogni gol mostra la t-shirt con la scritta Sympathize with Gaza, si aggiungono proteste molto più concrete. Essam El Hadary, portiere della nazionale egiziana, ha lasciato il Sion per solidarietà con i “fratelli palestinesi”. Trovava un insulto giocare nella città svizzera con la più nutrita comunità di etnia ebraica. E così ha rinunciato a uno stipendio da 400mila dollari a stagione. Il suo compatriota e attuale Pallone d’Oro arabo Mohamed Aboutrika, ha rifiutato un compenso da tre milioni di dollari dall’Arabia Saudita, perché “in un momento così terribile per gli amici palestinesi mi sembrava un insulto arricchirmi”.
Il mondo islamico ha innescato una vera e propria gara di solidarietà. In Algeria è stato sospeso il campionato. In Marocco e Tunisia si gioca col lutto al braccio. In Oman, dove si è recentemente conclusa la Coppa del Golfo, le nazionali osservavano un minuto di silenzio prima dell’inizio di ogni gara. Tutto questo mentre la tv di stato sudanese, alla ricerca di sensazionalismo, mostra immagini di bambini mutilati dalle esplosioni tra un tempo e l’altro delle partite.
Persino l’ex campione del mondo Fabien Barthez ha voluto dire la sua, invitando gli attuali giocatori della nazionale a non cantare la Marsigliese durante le gare ufficiali. Sono anni che il rugbista mancato di Tolosa si dichiara filopalestinese, sostenendo la causa islamica fin dai tempi delle rivolte nelle banlieues del 2005.
In Iran Ahmadinejad è andato ben oltre. Convinto che la Germania sia rimasta ferma ai tempi di Hitler, e inneggiando all’olocausto in una farneticante lettera inviata al Cancelliere Angela Merkel, ha deciso di affidare a un allenatore tedesco, Erich Rutemoller, la guida della nazionale. E pensare che ai mondiali del 2006 l’Iran, ironia della sorte, era stata sorteggiata nel girone di Norimberga. Sede di un processo di cui evidentemente il premier iraniano ignora persino l’esistenza.
Dall’altra parte della barricata non splende certo il sole. La tennista Shahar Peer, numero quarantadue del ranking mondiale, è stata sonoramente fischiata dal pubblico al torneo Wta di Auckland. I neozelandesi non le hanno perdonato non solo le origini ebraiche, ma anche il suo impiego negli uffici amministrativi dell’esercito. Visibilmente turbata, ha ceduto di netto alla russa Dementieva. Tutto questo mentre le gare del campionato della “Ligat ha'Al” sono state rinviate non solo nelle città a ridosso della striscia di Gaza, ma anche a nord. Gli Hezbollah libanesi, su impulso di Hamas, il partito paramilitare palestinese, hanno dato vita a un bombardamento a tappeto sulla città di Kiryat Shmona, alle pendici del monte Hermon, dove gioca l’Hapoel Ironi.
Sangue su sangue, come in una canzone di De Gregori. Episodi racchiusi in una storia nera che, forse, nessuno riuscirà mai a spiegarci."
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14 febbraio 2009 12:10:27 - Fausto Biloslavo scrive:
Nazzareno solleva spunti interessanti, ma non possiamo dimenticare i civili palestinesi usati dalla "resistenza" come scudi umani durante l'attacco israeliano. Puoi leggere i dettagli nel mio reportage su Panorama (vedi al prima pagina del mio sito).
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14 febbraio 2009 11:56:27 - Nazzareno Mollicone scrive:
A proposito di Gaza, io non ho informazioni dirette e quindi non so giudicare se quello che si dice contro Hamas è veor o no. Osservo solo che questa organizzazione politico-militare (ai suoi inizi sostenuta da Israele in funzione antiFatah, non dimentichiamolo mai!) ha il sostegno della maggioranza della popolazione.
Poi però occorre ragionare sul concetto di "guerra asimmetrica": dinanzi ai razzi artigianali di Hamas (che probabilmente ha sbagliato a tirarli) e che hanno provocato non più di dieci morti, Israele ha scatenato una guerra con i mezzi più moderni, aerei e carri armati sopratutto, contro una popolazione inerme. E' giusto ciò? A me non sembra: non possiamo ricordare il bombardamento di Dresda, di cui oggi ricorre l'anniversario, come un atto incivile di guerra commesso dagli inglesi, e non esprimere lo stesso giudizio sul comportamento d'Israele.
Questo è il mio pensiero. Saluti a tutti
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14 febbraio 2009 11:17:27 - Fausto Biloslavo scrive:
Ciao Meri mi sono permesso di spostare il tuo messaggio dai commenti al mio blog per aprire, se qualcuno è interessato, un dibattito in piena libertà. In questo reportage mi ero imposto di parlare soprattutto con i palestinesi, non solo quelli di Fatah, ma ti garantisco anche tanta gente comune che ha le scatole piene della situazione. Per quanto riguarda voi volontari premetto che pur essendo distante da molte vostre idee rispetto chiunque abbia le palle di stare sul campo. Questo non mi esime da sottolineare alcuni aspetti, come una certa partigianeria, che potrebbe anche essere legittima ma allo stesso modo può venir messa in discussione. So bene che portate aiuti e mandate avanti progetti utili, ma il taglio del mio articolo era diverso. Non penso di avere i paraocchi e per questo apro il mio blog alla discussione su un tema così delicato come Gaza, ong e informazione. Non sarò un perfetto operatore dell'informazione, ma ti garantisco che non ho mai affromtato una guerra come una partita (non mi piace il calcio). Ho troppo rispetto per le vittime, di qualunque parte, in particolare quelle innocenti utilizzate dagli uni e dagli altri.
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